L’INTEGRALE DELLE SONATE PER PIANOFORTE DI BEETHOVEN VERRA’ ESEGUITA DA OLAF JOHN LANERI IN OTTO CONCERTI CHE SI SVOLGERANNO NELLE EDIZIONI 2017 e 2018 DEI FESTIVAL ECHOS E PIANOECHOS.
GLI APPUNTAMENTI NEL 2017 SONO:

FESTIVAL ECHOS
6 maggio
Sonata op. 13 “Patetica”
Sonata op. 90
Sonata op. 27 n. 1
Sonata op.22
3 giugno
Sonata op. 49 n. 1
Sonata op. 2 n. 3
Sonata op. 28 “Pastorale”
Sonata op. 109

FESTIVAL PIANOECHOS
10 settembre
Sonata op. 78
Sonata op. 57 “Appassionata”
Sonata op. 31 n.3
Sonata op. 110
8 ottobre
Sonata op. 79
Sonata op. 10 n. 3
Sonata op. 27 n. 2 “Chiaro di Luna”
Sonata op. 111

LE MIE GIORNATE CON BEETHOVEN

Io ho imparato a sciare sulle pendici dell’Etna. Quando rientravo a casa nel pomeriggio, la prima cosa che facevo era sedermi al Föster verticale che avevo e suonare più volte la piccola Sonata in Sol minore di Beethoven, l’op. 49 n. 2. Non riesco più a ricordare perché avessi bisogno di quel brano, ma oramai la malinconia del primo movimento e la gioiosa allegria del secondo sono inscindibilmente legate a quelle sciate, una speciale madeleine per le mie orecchie. Così l’op. 26 con la Marcia funebre per la morte d’un Eroe si fonde in me alla lettura delle opere dei tragediografi greci, l’Arietta dell’op. 111 allo scuro salone rischiarato debolmente da un ingombrante abat-jour dove la studiavo con la mia insegnante.
Mi rendo conto che Beethoven è da sempre l’adorato compagno di viaggio; da molto tempo le mie ore di studio, i programmi dei miei concerti comprendono almeno una delle sue Sonate. Il pesante volume aperto sul pianoforte con l’op. 106 o con la Tempesta mi chiama, suscitando in me ogni giorno il desiderio di ricreare queste grandiose costruzioni sonore con la dedizione, l’amore e la venerazione che solo i capolavori riescono a mantenere inalterati, anzi accresciuti, nel corso degli anni. È così che tempo addietro mi sono accorto con sorpresa di avere già eseguito in pubblico oltre venti di queste Sonate. Allora l’idea di terminarne l’intero corpus si è affacciata alla mente in modo naturale anche se ero conscio del notevole impegno. Ho trascorso quell’estate a studiare, a memorizzare le restanti prima di proporle nella loro integralità.
Certo, al suo interno ho le mie favorite: l’op. 111 – sulla vetta della montagna, un riassunto dell’inesprimibile in musica -, l’Appassionata, il Chiaro di luna ma anche quelle meno routinières, quali la umoristica e italianeggiante op. 31 n. 1 (lo so, sono solo numeri d’opera che non hanno acquisito un nome suggestivo come le sorelle maggiori, ma che evocano in me atmosfere particolari), o l’op. 2 n. 3 in Do maggiore, che ho portato in tanti concorsi. Ma tutte, nessuna esclusa, possiedono, pur essendo state composte in fasi differenti di un’incredibile e complessa evoluzione stilistica, quelle caratteristiche di compiutezza, di necessità, che appartengono alle grandi opere classiche, in cui ogni dettaglio si riferisce con una logica ferrea all’intero organismo della composizione.
Perché Beethoven? Perché la sua è una musa caparbia, che esplora con fatica (i manoscritti, per le numerose cancellature e modifiche, manifestano questo incessante lavorìo, differenti dal nitore di quelli mozartiani, che sembrano sgorgare da una fonte che non conosce dubbi o ripensamenti), con perseverante e inesausta volontà, regioni sconosciute della musica; tende incessantemente ad oltrepassare i limiti imposti dalla materia, dalla forma, che però è in grado di dominare, sorvegliare e riplasmare miracolosamente secondo nuove e complesse architetture. Le ultime Sonate, come gli ultimi Quartetti, che Proust amava ascoltare quale “alimento spirituale”, raggiungono arditezze armoniche, strutturali e di linguaggio inaudite.
Non sono pagine di un diario intimo, come i Pezzi lirici di Grieg o le Mazurche di Chopin, o per lo meno lo sono in un modo unico; danno piuttosto l’impressione di monumenti scultorei, creati da mani forti. E nell’ascoltare o eseguire le trentadue Sonate è come se noi attraversassimo la galleria di un museo con i busti degli imperatori romani, con i Prigioni di Michelangelo, come se leggessimo tutti i drammi di Shakespeare o i canti di Dante.

Olaf John Laneri